gocciolante

14Nov09

Comunque, dopo un po’ di post in cui mi lamento di questo è quello, ci tenevo a (ri)dire che a me piace il mio lavoro: finalmente, dopo varie vicissitudini, mille altri lavori, ambienti, città… faccio quello che desidero. E mi ci è voluto non poco per conquistarlo. L’ambiente è un po’ faticoso, come vi dicevo,  “portare i pantaloni” aiuterebbe e di sicuro non sono ancora al livello di considerazione che vorrei (e da certi tipi qui dentro bisogna guardarsi con mille occhi). Vedremo.

Però ci sono anche tante altre persone molto in gamba e gentili (che ovviamente si notano e fanno sentire molto meno di quelli di cui sopra).

Comunque me ne torno a tuffo sotto le coperte. Qui c’è un cielo grigio da paura e ho un’influenza alle stelle.

Bye bye


tornei

13Nov09

Ieri sera sono stata a una riunione: quattro di noi seduti di fronte a quattro di loro, provenienti da altri 4 angoli del mondo. A parte il fatto che parevamo in procinto di iniziare un torneo di braccio di ferro, non ho potuto non notare quanto noi sembrassimo bellissimi rispetto a loro: il fascino dello straniero precipitato qualche km sotto terra. E’ proprio vero che noi ci sappiamo vestire e pettinare e, spesso, gli altri no (e non eravamo in gran tiro, eh, anzi. Qui l’abbigliamento per fortuna è piuttosto informale).

Vabè. Era tanto per dire… che è anche difficile trovare quattro mostriciattoli tutti in una volta (e gente che guadagna, oltretutto, un sacco di soldi).

Quel che affronto quotidianamente è la consapevolezza che per gli uomini il lavoro (un certo tipo di lavoro, tipo questo) è un campo di battaglia. Dove si deve dimostrare con la forza chi è più bravo, astuto, spietato, furbo e, soprattutto, col potere tra le mani. E’ stressante questa cosa, comincia a diventarlo, soprattutto se non si ha una controparte di dolcezza e affetto che arrivi da qualche altra via fuori di qui. E l’impressione è proprio che come donna sì, sei guardata… nel senso di “guardata davanti e dietro”, poi i giochi tendano a farli tra di loro e tu sei quella che potrebbe avere anche quattro lauree e tre master ma sei una donna, dunque… meno degna di considerazione lavorativamente parlando.

Ma forse è un’impressione, eh… e magari, spero, mi sbaglio. Ma per ora è un po’ così. E ogni giorno che passa entro qui con un pensiero in più su come sia meglio parlare, atteggiarsi, non dare confidenza e mostrarsi seria e ferma e blablabla. Che roba (eh sì, perchè poi, le donne, se si alterano sono isteriche, fare attenzione! loro invece no, possono urlare  e prendersi  a pugni ma è tutto ok, anzi è una prova di forza in più). La comunicazione interpersonale non è poi così importante, pare.

Altra perla di saggezza: sono ormai definitivamente giunta alla conclusione che la stragrande maggioranza degli uomini molto bassi sopperiscano a questa “mancanza” con una buona dose di stronzerìa. Gli uomini peggiori che ho incontrato, i più infidi e macchinosi, si attestavano su queste minuscole altezze. E il tizio di cui accennavo ieri conferma la regola.

E poi fine qui. Ho l’influenza e sono a lavoro. Buon we!


Comunque, sul lavoro, più che essere preparati tecnicamente conta essere sgamati e, purtroppo, occorrerebbe mettersi in testa una volta per tutte che un ambiente dove girano i soldi (per forza di cose il nostro sostentamento), il “prestigio”, le promozioni, i premi, la considerazione dei capi (e i caratteri deboli con smanie di egocentrismo di certi tizi che pensano che fare gli stronzetti e i leccapiedi sia la loro unica occasione per mettersi in mostra)… non può essere un ambiente sereno e limpidamente socievole e dove le parole e i gesti scorrono in modo libero e disinteressato.

Atchung baby.

Eppure non hai iniziato a lavorare ieri. Ma non impari proprio mai. E caschi sempre dal pero e allora non ha senso che ci rimani male.

(Però, scusate, che schifo. Ogni volta la stessa storia. Ecco perché si dice di farsi una vita fuori di qui. Di affetti e di gente che è davvero interessata a te e ti vede come persona, per quello che sei e non per come vorrebbe farti passare per calpestarti meglio. Ecco cos’è e come dovrebbe essere. Ecco Il problema, a volte).


… il mio cellulare è ridotto a uno schermo che lampeggia frenetico ogni dieci minuti. Muto. E non rispondo più.

Visto ottimo pied a terre di prostituta. Annullate visite. Non ho più voglia.

Stasera vado a far un giro coi castellani che, dato che mi daranno una mano coi soldi, hanno (troppa) voce in capitolo: vivono fuori dalla città da più di trent’anni e credo non se la ricordino più com’è;  tutto è troppo sporco, pericoloso, caotico per loro. Ma non siamo milionari e la vita di città e quella che è. Ma non si arrendono. E io pagherò un mutuo fino alla fine dei miei giorni.

Ma tant’è.

In questi giorni tamponato (già detto) e due giorni dopo presa multa. Volevo timbrare tutti i punti della raccolta, chissà che premio mi danno. E’ che qui in certe/molte zone la macchina dovresti mettertela in tasca. Non c’è altro modo, invece io ero “fuori dalle strisce”, ma guarda un po’.


shiningDato che non volevo farmi mancare niente… mi sono messa a cercare casa. Direte: ma ora che sei appena entrata nella casinaduepassiperuno? Già.

E’ che sono un po’ stanca di regalare soldi in affitti in nero (o quasi), diciamo così.

E di vivere in 2 mq oltretutto non miei, diciamo cosà.

E così… convinta che tanto sarà un’impresa erculea e richiederà diverso tempo  mi sono messa in moto (tanto per tenermi “occupata” dato che non lo ero abbastanza).

Ragazzi: tempo una settimana e sono già stufa.

Non vi dirò nulla di nuovo: del mio telefono che squilla trenta volte al giorno (ormai non rispondo neppure più a tutti) per propormi fantastiliardiche casine… in fondo a cortili bui, in mansarde “ristrutturate” in un’altra vita, decorate di soppalchi e finestre cieche, di posti auto… che contengono anche la tua camera da letto ecc… ecc…

Ci sarebbe davvero da ridere se non fosse che da sola questa è una fatica: decifrare i messaggi e le telefonate (ormai risponderei solo “mi faccia vedere, zero parole grazie”); prendere appuntamenti incastrandoli tra la pausa pranzo, l’orario pre-lavoro e l’orario di uscita (e uscire quindi di corsa dall’ufficio lasciando una scia di fanciulli spettinati dallo spostamento d’aria); ricevere milioni di mail di spam (comprensive di fotografie dei venditori seduti in posa alla scrivania con le cravatte a rombi); decifrare TRA le frasi: “In stabile prestigioso, vero affare, deve sbrigarsi perché abbiamo solo una settimana di tempo, la sua cifra è troppo bassa, se vuole può andare a vedere un alloggio che condivide un fantastico  cortile… col carcere, ampio terrazzo… per il momento non raggiungibile (e agibile)” ecc… ecc…

In più le frasi di segretarie schifate : “Ma noi, in questa zona, partiamo da cifre mooooolto più alte” e questa puzza sotto il naso ti diventa solida tra le mani e gliela tireresti in testa chiedendo di rimando: “Scusi, mi dica lei che castello abita, così facciamo il confronto”.

Insomma, al momento di “papabile” c’è: un alloggio “potenzialmente” bello, in posto luminoso, in zona ok… da ristrutturare (e che quindi costerà il doppio della cifra richiesta), in condominio “elegante” (ma stile albergo “Shining”, avete presente?). Poi: viste panetterie convertite in alloggi (vi lascio immaginare, non mi vedevo la punta delle scarpe e abbiamo tirato giù l’inquilino dal soppalco dove russava alla grande e da cui non sentiva manco il campanello); ho annullato appuntamenti dopo un breve giro di ricognizione in auto la sera prima: vie introvabili, incastrate tra cavalcavie e rotaie della ferrovia (e vi parlo di zone “centrali”, eh), appartamenti al piano terreno vista muro della fabbrica di fronte, zone operaie “riqualificate” (peccato che girarci sembrasse Alcatraz) e altre robine del genere.

In tutto questo… zone non parcheggiabili (ma questo è un optional che richiederebbe qualche zero in più) e io che, per la prima volta nella mia vita, tampono il tizio di fronte quasi fermi a un semaforo perché la cretina prima della fila fa per girare e poi inchioda di colpo. Niente di grave, se non che erano le 9 di sera e io ero fuori di casa dalle 8 del mattino e non mi reggevo più in piedi (e gli occhi, nello specchio dell’ascensore su cui ero appena salita, erano iniettati di sangue dopo 12 ore di lenti a contatto e nonostante avessi rimesso gli occhiali).

La prossima settimana si preannuncia di fuoco, ma sono sicura che le mie riserve di pazienza e soprattutto di energia sono molto compromesse. Al primo posto che mi pare ok… pianto la bandiera e non voglio più vedere o sentire un annuncio per i prossimi dieci anni.

E soprattutto, mi sa, sarò costretta a cambiare il numero di telefono.

ps. Vi scrivo  da casa castellana dove sono venuta a far visita a m.lle. Ci sono dei dvd della reginamadre che annunciano: “In forma ballando” “Dimagrire con l’aerobica”…. mmm. Mi devo preoccupare? Vero che non conoscete la reginamadre… allora mi rispondo da sola: credo di sì (eppure lei è sempre lì che si vanta di quanto sia magra e di quanto, soprattutto, io ora pesi più di lei… dite che devo farmene una copia??).


La mia vicina di muro della casinaduepassiperuno è una tipa “colorata”: di un colore… che diciamo che si nota.

Il giorno in cui mi sono trasferita lì (e da sola mi sono caricata come un mulo per tre rampe di scale) al terzo o quarto viaggio, mentre  ricoperta di valigioni e con gli appendini appesi ai riccioli stavo cercando di aprire la mia porta, ha spalancato la sua  piombandomi addosso, per chiedermi: “Scusa, hai un litro di latte?”. Io, con tutti i pezzi che mi stavano crollando di dosso, senza fiato le ho risposto che mi stavo trasferendo in quell’istante e sinceramente avevo un po’ di pasta da mangiare per cena e nient’altro (ammesso di trovarla in quel delirio).

Lei, invece che con un “Ops, sì, vedo! tanti auguri, benarrivata, hai bisogno che ti tenga la porta”, o chissà che altra diavoleria del caso, ha reagito rimanendo impalata  a fissarmi, come a dire: “Tu ce l’hai ma non me lo vuoi dare, ho capito il trucco, che credi”.

E fine lì. Ogni tanto la incrocio per strada, ci salutiamo e bom.

La questione è che non ho bisogno di incontrarla per essere aggiornata su tutti i dettagli della sua vita: mi basta   il muro che ci separa. In teoria lei vive con un fidanzato, di cui però sento solo mormorii indistinti e un giorno ne ho intravisto l’ombra mentre raccattava (cercando di non farsi notare) il loro sacchetto dell’immondizia puzzolentissimo che invariabilmente lasciano a decantare sul mio stuoino tutta la notte (per andarlo a buttare il mattino).

Di lei invece so tutto: la sento dire 10 milioni a sera “amore come lo vuoi questo, amore cosa vuoi bere? amore guarda qui, amore se vuoi una fidanzata manager vattela a cercare, amore ascoltami! amore guarda che non è vero” ecc… ecc…. ecc….

La sento ridere a scoppio che mi tremano i vetri, la sento singhiozzare tipo bambina a cui hanno tolto il gelato e dieci secondi dopo ridere come prima e poi litigare al telefono con la madre. La sento al mattino mentre fa sesso col fidanzato e urla e poi la sento dieci minuti dopo attaccargli pipponi megagalattici (probabilmente mentre è seduto sul gabinetto) partendo dalla rava e la fava e arrivando non so dove (perché nel frattempo ho acceso la  tv).

Insomma. Credo che certa gente bisognerebbe avere lo stomaco proprio forte per sopportarla.

Io ho anche pensato che sia un po’ ritardata, se proprio ve lo devo dire. Ma a quanto pare mi sbaglio.

Son di corsa e non rileggo. Correggete voi gli errori. Au revoir!


hans-hartung-l-oeuvre-ultime_26642_bigSera, ore x.

In teoria avrei di meglio da fare, o meglio dovrei, ma questa proprio ve la volevo raccontare.

Perché la cosa strana, invece di essere triste, preoccupata o che… è che mi viene una tremenda voglia di ridere. Forse un pochino da isterica, ok, ma davvero sono allegra. Forse perché ormai non so più che altro pensare se non trovarlo molto divertente.

Sinceramente non mi sono scelta la vita che ho e alcuni particolari di essa sono quanto di più lontano avrei mai immaginato per me.

Alla mia età mi vedevo con quattro figli, due cani, un cavallo, un giardino, due lavori, un Paese straniero, una carriera folgorante e sì, un innamorato (che poi tutto questo potesse essere davvero strizzato in un’unica vita… vabè).

Ma ad ogni modo alcune cose che immaginavo e sognavo le sto raggiungendo ora o le ho raggiunte piuttosto di recente, altre… paiono sempre più lontane ma soprattutto sempre più incomprensibili e fuori controllo.

Ma l’ho presa alla larghissima.

Quello che mi scappa la voglia irrefrenabile di raccontarvi è la mia esuberante esperienza di viaggiatrice girovaga da ospedale a sala d’aspetto che mi accompagna da quattro mesi a questa parte. Ma vi risparmio i dettagli perché non sono interessanti e soprattutto non credo sia il luogo e il modo di parlarne, questo, però…

La causa della mia ilarità irrefrenabile e silenziosa è l’ennesima visita di oggi, iniziata seduta su una sediolina di plastica dietro la porta chiusa di una dottoressa per sole donne e in ascolto involontario di quel che succedeva all’interno (perché anche gli studi medici, purtroppo, hanno le pareti di cartapesta, come la mia casina).

All’interno si svolgeva il “dramma” di cui tanto si legge (pure nella blogsfera, ahimé) ma che capita meno spesso di sentire dalla voce dei diretti interessati e con tanta dovizia di particolari. Storie di donne ancora giovani ma non più giovanissime, in cerca di figli che non arrivano, alle prese con calcoli, periodi, analisi, ecografie di monitoraggio che praticamente si auto-prescrivono con un’ansia da farti secco per tenere d’occhio l’ovulo, se c’è e dove si nasconde (e nel caso correre a casa di corsa “perché è IL momento”), nervosismi, convinzioni assolutiste, mancanza di fiducia nel medico che propone di “stare un po’ più tranquilli e provare questo metodo che cmq impedisce di avere figli per qualche mese ma prepara ad avere più possibilità tra qualche tempo”, ecc… ecc…

E la donna non era sola, ma accompagnata da voci che credevo del marito e della madre/suocera…. ma poi ho scoperto che erano solo sue e della madre (che aveva quindi una voce davvero inquietante).

Dopo venti minuti buoni di questo ascolto involontario… è arrivato il mio turno.

Sono entrata da sola ma non ci ho neppure fatto caso;  quello a cui continuo a non essere  abituata è doverlo “giustificare” quasi, quando di nuovo mi dicono che sarebbe ora che, che non dovrei aspettare per, che… quasi fosse una roba da pazzi, la mia vita (mentre da mezzo metro di distanza mi fissavano le foto dei figli adolescenti della dottoressa).

Oggi mi hanno parlato di numeri: numeri e ancora numeri.

Tot mesi per, poi tot mesi per, intanto “Magari troverà un fidanzato, no? E deciderà in fretta di avere un figlio, no? Non  è che può stare ancora molto a guardare le margherite! Quando lo troverà può fare domanda per, e aspettare tot mesi che, e nel frattempo la cosa sarà proseguita e speriamo che. MA (perché c’è sempre un ma). Ma se dovesse avere altri sintomi… allora no, torniamo indietro e operiamo subito. Però poi se si ripresenta il problema tra qualche anno e lei non ha ancora avuto un figlio e lo vuole proprio allora? (io intanto facevo due conti sulle dita della mano, e tra qualche anno…. beh, con tutto quello che mi aveva già prospettato c’era ancora “qualche anno”??). Eh, che bel problema. Mmmm.”

Insomma. Sono uscita di lì che mi veniva da ridere, sul serio (nonostante il mal di pancia che non mi lascia da quattro mesi). Sono salita in macchina, ho messo Saadiq a tutto volume e non faceva che venirmi in mente la scena del mio prossimo (quando e se ci sarà) primo appuntamento: non sarò più una persona, sarò una carta d’identità, un calendario, un orologio a cucù.

Gli dirò: “Ehi bello, non perderti a guardare la luce dei miei occhi (e la rughina che fa capolino sopra). Passiamo al sodo. Tra un paio di mesi compio 33 anni, bel colpo. Gli anni di Gesù quando è finito sulla croce, gli anni insomma di una persona che ormai non ha più nulla da perdere (o quasi). Hai tempo una settimana per dichiararmi il tuo amore eterno, un mese per dormire con me ogni notte e avere rapporti due o tre volte a settimana… anzi no. Scusa, mi sono confusa. Questo non ancora. Prima, tempo quel mesetto, dobbiamo decidere di avere un bambino. Allora io corro in ospedale e prenoto la mia operazione. La faccio. Aspettiamo un annetto (forse qualcosa in meno, dipende – aspetta che faccio due conti e telefono alla mia dottoressa di fiducia) e nel frattempo  ok, possiamo divertirci ma non fare nessun bambino (capito bene? Non ti sbagliare, questo è importante). Però intanto ci siamo portati avanti e lo abbiamo deciso, no? Firmato e sottoscritto (ed è vietato cambiare idea: verbotten). In quell’annetto facciamo sesso a tutte le ore e tu non perdi un briciolo di attrazione per me perché deve (o “devi”?) servirmi dopo 12 mesi… intatta/o.

Quindi ci mettiamo all’opera. Io naturalmente sono la donna della tua vita e tu l’hai capito al primo incontro e mi raccomando non te lo dimenticare proprio ora che sei pronto, orologio al polso, ad applicarti al massimo dell’impegno e a scordarti gli allenamenti di basket quattro volte a settimana, che poi torni a casa stanco morto, hai voglia solo di buttarti sul divano e qui i mesi passano, che credi. Tutto chiaro? Sì, perché non è che poi basta deciderlo, eh, poi bisogna impegnarsi  e sperare anche  in qualche spiritello bendisposto.

Ora: io non riesco a non pensare perché si perda tanto tempo a chiedersi perché mai le donne diventino delle pazze furiose, a un certo punto (alcune molto presto, diciamo pure dall’adolescenza, forse si portano avanti), con cui solo i deboli di spirito abbiano voglia di avere a che fare dopo una certa età e, soprattutto, perché gli uomini credano di avere il seme della felicità in pugno, senza il quale le donne perdono completamente il lume della ragione.

Io non mi sento più una persona. Mi sento un calendario e una bomba a orologeria. Ma la cosa peggiore è che… mi pare che la bomba lampeggi a rendermi fluorescente a lavoro, ad esempio (dove tutti scommettono su chi sarà la prossima “a cadere” incinta e mi fanno battute appena prendo un’ora di  permesso come oggi), in famiglia (blablabla) e soprattutto con gli uomini.

Mi sento un pericolo per quelli più giovani  e le loro madri (avete presente? Già mi par di sentire “Aiuto, una di quell’età ha i minuti contati e ti incastra in un nanosecondo netto…” e come dargli torto a questo punto… sapessero le scadenze di cui mi hanno infarcita la testa oggi), quelli più vecchi (che guardano le più giovani, “Tanto vale prendersi ancora qualche margine, no? Se non mi sono sistemato fino ad ora ci sarà un motivo…”) i coetanei (con compagne e figli che non fanno che dirmi “Ma cosa aspetti?”).

Già: cosa aspetto? A quanto pare dovrei dare una risposta  sensata, alle dottoresse così come ai colleghi.

Non lo so cosa aspetto. Chi, soprattutto. Dovrei correre dietro a un treno su cui avrei dovuto salire anch’io se non mi fossi distratta? Mah.

Però mi piacerebbe sentirmi un po’ più leggera…. e che questa bomba a orologeria se la tenessero un po’ in braccio loro senza buttarmela sempre tra le mani.

(che poi io mi chiedo: ma per loro è stato così facile trovare la persona giusta al momento giusto e fare le cose giuste e mettere le foto giuste dei figli giusti sulla scrivania? Boh.

Che poi quando sento KatiaRicciarelli, anni XXX (ma non certo un fior di fanciulla) che dice di star aspettando l’”uomo giusto”… aiuto. Mi viene male. Io diventerò una campionessa di canasta, piuttosto, vi avverto. Tenetevi pronti!)




Authors

past in present

passeggiatori

  • 30,986 >>