color smeraldo

05Feb10

Ieri mi sono comprata un paio di scarpe color smeraldo. Proprio belline, niente da dire.

Ma dato che la mattina esco di casa senza aprire le persiane della mia, per ora, unica portafinestra… (perché tanto sto fuori tutto il giorno e torno che è buio e son di fretta)… mi vesto a prescindere dalle condizioni atmosferiche. E, vi assicuro, è un’avventura (perché non ho mica tempo e voglia di tornare indietro a cambiarmi o raccattare i pezzi mancanti).

Sono uscita in gonna e tacchi con la neve, senza maglione con meno 5 gradi, senza sciarpa e vento… ma il must è uscire senza ombrello quando serve.

Quello… mai.

Il fatto è che ne ho uno “di riserva” in macchina, ma, muovendomi a piedi e avendo l’auto  sempre persa chissà dove… serve a poco (ma a volte è capitato che fosse parcheggiata da qualche parte lungo la strada tra casa e l’ufficio e così mi bagnavo fin lì e poi la salvezza per gli ultimi 500 m).

Oggi uguale, ma con la neve (quella neve triste da città, bagnata e già marroncina appena si posa).

Peccato che avessi le mie scarpette smeraldo (e scamosciate).

Così dopo i primi metri ho deciso di andare a prendere la macchina: un bel pezzettone a piedi. Salgo in macchina. Arrivo nei dintorni dell’ufficio. Non trovo posto (come al solito)… e parcheggio quasi più vicino a casa che a lavoro. Ma ora ho l’ombrello, che progressi.

Arrivo. Le mie scarpine sono ancora verdi… un po’ meno smeraldo ma tengono duro.

Per il resto… lavoro solo, divento un’esperta degli amori confusi (e non corrisposti o comunque indecifrabili e quindi inutili), delle dinamiche giunglesche da ufficio, degli arrivismi feroci, delle solitudini femminili (e maschili… non lo so).

Dalla prossima settimana iniziamo i turni serali/notturni.

Però ho convinto il francesino a insegnarmi una frase al giorno. Magari imparo qualcosa di una lingua straniera che non sia l’ inglese, e sarebbe ora.

Ciriciao.


Ieri sera sono stata ad uno spettacolo di magia.

Avete letto bene… per dare uno scossone alla mia quotidianità? Per provare nuove sensazionali emozioni o stupori sorprendenti?

Mmm. E’ che ho lavorato tutto il giorno e mentre ero in ufficio mi è arrivato il messaggio di un’amica che mi chiedeva se avevo voglia di andare con lei allo spettacolo di un suo conoscente.

E così mi sono detta: “Perchè no, arrivo a casa, mi faccio la doccia e vado a farmi quattro chiacchiere” (specifico che poi le chiacchiere ce le siamo fatte io, lei che ha lasciato il fidanzato qualche mese fa e una sua collega che è stata lasciata dal marito, con due figli, per un’infermiera sposata che sta, tuttora, col suo rispettivo marito – e quindi il fedifrago ora fa l’amante. Allegria :).

Lo spettacolo si teneva in un vero posto da maghi: un circolo nel seminterrato di un palazzo del centro, con scalette strette e arzigogolate per arrivarci, pavimenti neri, poster e foto di maghi famosi  alle pareti, armamentari e alambicchi chiusi nelle vetrinette, corde, catene, carte, cilindri ovunque (mancavano solo i coniglietti a scorrazzarti tra i piedi – peccato).

La stanza dello spettacolo era un vero teatrino, coi tendoni rossi e le pareti nere.

A dire il vero la parte più curiosa è stata guardarmi intorno e osservare il pubblico, mai vista un’eterogeneità del genere: c’erano i parenti del mago, quelli della moglie acrobata (seduta tra il pubblico col bimbo piccolissimo in braccio), amici vari degli artisti (trentenni), ragazzi ventenni, bambini figli dei trentenni, bambini figli dei quarantenni, anziani… e, credo, soci del circolo (sì, perché si può diventare soci, sapete? poi non so che succeda). Ah, alcuni della fascia ventenne erano vestiti da veri “maghetti” ma non credo mascherati: pantaloni a righe, giacca rossa, cilindro… solo che credo che fossero arrivati da casa vestiti così (e così avrebbero trascorso la serata una volta usciti di lì).

Ed ora lo spettacolo:

l’aspetto più imbarazzante è stato che… non ho capito che tipo di spettacolo fosse.

C’era il cabaret (con battutone a volte da ridere, a volte un po’ da piangere e che, soprattutto, rimanevano totalmente oscure ai bambini che fissavano attoniti, con le dita nel naso o nei capelli della signora seduta di fronte, l’uomo strano sul palco). Poi c’erano gli spettacoli di prestigio con le carte, poi le gag, poi le finte, poi un po’ di giocoleria coi cappelli, poi con le palline, poi con la  palla infuocata di gomma. Poi… la camicia di forza e le catene e la bicicletta monoruota. Poi… il gioco con una bambina presa dal pubblico che però si era rivelata più alta e pesante del previsto e che per poco non volava in testa alla prima fila (dalle spalle del mago) e che, soprattutto, aveva l’aria di non divertirsi affatto. Poi… altri tizi presi a caso dal pubblico molto duri di comprendonio (e le gag lì sì che venivano bene, seppur involontarie) e che per poco non facevano cascare il mago come un salame.

Poi c’erano le acrobazie riuscite e quelle no (purtroppo non poche): le palline sfuggite dalle mani, la caduta dalla bici monoruota con ancora la camicia di forza addosso, la musica stoppata per sbaglio, le luci spente troppo presto.

Insomma: io guardavo questo ragazzo, mio coetaneo più o meno, e faticavo a non pensare a lui e alla moglie (seduta dietro di me col bimbo in braccio, sveglio e pimpante, a pochi mesi, alle 10 passate di sera). Pensavo alla loro vita di “artisti”… ma di quelli di serie B (o forse anche C). Agli sforzi per sbarcare il lunario, all’affitto-mutuo da pagare (poi non so se ce l’abbiano, magari son ricchi di famiglia e allora le cose assumerebbero un altro aspetto, perlomeno più “rassicurante”). Ma se non fosse così… ecco. Più errori capitavano durante lo spettacolo più mi facevo pensieri sulla loro vita e il loro futuro… e mi chiedevo se loro invece fossero  felici così, alla ventura e col pavimento traballante sotto i piedi.

E tra dieci anni che faranno? E dopo? Non sono proprio maghi di fama internazionale,  e appesi alla corda a testa in giù ad un certo punto faranno   sempre più fatica a stare…

Non so: sarà che il mio cervello è – troppo – fissato a dover trovare modi molto concreti per mantenermi, da sola. Con casa e tutto annesso. Che già così mi sento spesso persa…  e non oso immaginare nelle loro condizioni.

Ma forse… a me manca l’amore (che loro hanno), manca forse la sicurezza degli affetti, una presenza vicina e una passione così forte che ti spinga anche a vivere così in bilico… (o il non andare a bene a scuola, come diceva di se il mago :).

Però quando, alla fine, è passato il cappello in cui lasciare l’offerta… ecco. A me si è ristretto il cuore: perché lo spettacolo non era riuscito come, forse, negli intenti. Perché era un pasticcio di spettacolo: tante, troppe cose mescolate e tutte fatte non molto bene. E dover stare appesi alle banconote offerte dal pubblico (degli amici, parenti e amici degli amici)…. era molto poco magico e troppo, fortemente, reale.

Un grazie agli artisti, ad ogni modo: bravi, pessimi, o quel che è.

Ci vuole sempre coraggio per seguire i proprio sogni (e per fortuna il mio non era quello di diventare acrobata).


amori mukkosi

29Jan10

Ieri sera, tornando a casa, ho incontrato i miei due vicini superammore sul marciapiede davanti al portone. Sì, non hanno l’aria proprio molto sveglia, ma vabè.

Ad ogni modo ero al telefono e stavo trafficando nella borsa per scovare le chiavi quando lui si è offerto di tenermi aperta la porta, che nel frattempo avevano finalmento aperto (allelujaaa): i suoi piedi erano calzati con un paio di elegantissime ciabattone  di pelushe a forma di mucca.

Ed eravamo fuori, sul marciapiede, e lui era sbucato con l’innamorata da dietro l’angolo del palazzo (una passeggiatina muccosa serale??).

Poi lei, ovviamente, lo ha fermato a metà delle scale per sbaciucchiarselo tutto: ovviamente senza risparmiarsi in volume (audio).


automagically

27Jan10

Automagically (come mi hanno scritto stasera :) sono arrivata alla fine di questa giornata: ore 22.50.

La parte più brutta quasi arriva ora, che mi devo fare la strada a piedi da sola per raggiungere la mia casina gelida.

Ho partecipato (e coordinato nel mio): eventi live con norvegesi che a un certo punto si esibivano in italiano stentato ed erano molto contenti del lavoro fatto (wow).

Inglesi più contenuti che mandavano mail a manetta ma ok.

Sarà quel che trattiamo, non lo so. Ma questo ufficio ancora quasi pieno di gente a quest’ora e sentire le altre porte del corridoio che si aprono e chiudono e la gente che cerca un attimo di distrazione scherzando via chat… a me fa sentire meno sola.

Mentre sono qui, certo. Ma non è poco. E il fatto di lavorare 13 ore e uscire contenta conta eccome.

Ah sì… lanimale è riuscito a farsi una scenata epocale. Cafone un po’ con tutti sempre (anche con me, oggi) ma col ragazzodicuidicevo ha davvero esagerato. Ci sarebbe da scriverci un poema, su questo: con chi teme, invidia, con chi si sente forse inferiore (a livello intelligente-emotivo di sicuro)… diventa una bestia.

Mi sono pure affacciata di là pronta a intervenire (non so come): non concepisco questi comportamenti. Pazzesco.

E tutti zitti, a scuotere la testa: chi se la fa sotto, chi dice “meno male che non tocca a me”, chi… fa finta di niente.

Ma non è un’azienda che si deve adeguare a un cafone, semmai il contrario… ma qui non lo hanno ancora capito.

Questo perché, credo, siamo cresciuti di numero troppo velocemente e nessuno è riuscito ad arginare il fenomeno di questa persona, qui da tantissimi anni e che “pare” indispensabile. Ma non è così o, comunque, non può più essere il centro di un mondo di persone intelligenti e a modo. Tutti, chi più e chi meno, eccetto lui.

Però penso che perderò presto il mio vicino di muro. Perché se ne andrà (almeno da questo ufficio) e non posso neppure dargli torto.


stridulezze

27Jan10

WonderWoman2 (quella che non sta mai zitta, che “fa tutto lei” e dice ogni 3 x 2 che si licenzia) è chiusa da stamattina nella saletta riunioni (a un passo da me): ride e ride e ride e fatica a riprendere fiato. Ha quelle risate esplosive (e che paiono un po’ poco sincere) che  si spengono all’ istante così come sono iniziate. E’ con un cliente (di cui ovviamente non si sente manco il respiro) e la sua voce acuta e ormai senza fiato tiene tutti sull’attenti (che sghignazzano accoccolati davanti ai loro monitor).

Cha ha tanto da ridere?

Qualcuno ha proposto di chiudere bene la porta… sia mai che ci scappi di vedere qualcosa di imbarazzante.

No, è che non potete vedere il soggetto… oggi è in minigonna e coi capelli lisciati e quella risata stridula e a tutto volume non lascia pensare nulla di… diverso da quello che suona. Ah ah. E non gioca molto a vantaggio di noi donnicciuole lavoratrici…

ps. la gonna la metto anch’io, eh, che credete. Che a furia di descrivere le altre magari mi immaginate come un militare in divisa… però non mi pare di usarla per scopi oscuri. Ma probabilmente neppure loro… però ecco, si nota quando una si veste “diversa” dal solito e poi inizia a ridere così senza freni…

E, ovviamente, è un’altra che quando parla con gli uomini usa la voce bambina. L’ho già detto: è un sintomo “inquietante” secondo me.

Scappo.


Io e la mia cosa imbarazzante abbiamo ricominciato a parlarci e scriverci solo in inglese, la nostra lingua neutra. Come facevamo all’inizio, come avevamo smesso di fare (se non per i discorsi “critici”) perché lui voleva imparare l’italiano.

Così si misura il grado di distacco sopravvenuto all’improvviso (e che di sicuro ho cercato con le mie smanie di sincerità, che comunque non rimpiango perché mi sentivo scivolare in un limbo di confusione e insicurezza che iniziava a mettermi troppo in difficoltà – e mi ricordava troppe situazioni passate che non andavano).

Così è tutto chiaro: io sono qui, tu sei lì. Un muro ci separa, pochi metri, niente porta. Ti sento parlare al telefono, mi senti parlare col vicino di scrivania. Ogni tanto ci parliamo anche noi: davanti allo schermo del pc, guardiamo le modifiche da fare e partiamo ad illustrarle agli altri. Perlopiù da  soli.

Ci sono le mail, i discorsi di lavoro, i messaggi chat (di lavoro). Ci scriviamo mentre sei su al Nord e io qui, con questo grigio piombo fuori dalle finestre e ovvio mi chiedo che fai lassù da solo. Ma solo per un attimo (anche perché quando sei in città mi chiedo lo stesso).

Non più i pranzi, non più nulla che esca di qui.

Tutto chiarissimo.

Tutto molto triste… ma vabè.

Io me lo chiedo che pensi, e come fai a cambiare così. Ma cerco di non perderci  molto tempo perché proprio non lo capisco.


sunday ammore

24Jan10

… e come tutte le domeniche la mia è iniziata in un escalation di ammore: “Amore come lo vuoi il latte? amore aspetta devo asciugarmi i capelli… amore ah ah, amore ih ih, amore che ha detto tua madre?”, con lei che sciabatta alla porta per lanciare sul pianerottolo il sacchetto dell’immondizia e sbattere la porta d’ingresso con la solita enfasi (che a me tremano i vetri) e finire nei soliti dieci minuti di finto litigio: “Amore dai, non toccarmi la pancia! amore mi fa male! amore ma perché fai così? amore, ma perché fai così?” e fare l’offesa e rinchiudersi credo in camera e lui che la insegue: “Amore daì, apri…” e lei: “Amore, non chiamarmi amore”.

Questo è stato il massimo.

Il tutto… alle nove di mattina, di domenica.

Ma tanto i ragazzi non lavorano, lui studia gli idrocarburi facendo elenchi telefonici alla segreteria vocale, mentre lei gli chiede urlando dall’altra stanza che verdura vuole mangiare per pranzo.

Amore.

Sono giorni che son triste: di quella tristezza che ti avvolge e arriva da chissà dove e non puoi mica mandare via finché non decide lei di attaccarsi a qualcun altro. Tanto che se ne accorgono gli altri e mi dicono che sono “diversa”: sorrido, e non ho davvero nient’altro da dire.

Uscisse almeno un raggio di sole ogni tanto… ecco, questo sì che non sarebbe male.




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