Stamattina mi è saltato in mano questo libro: “Voglio una vita come la mia” di Marco Santagata e, colpita dalla postfazione, ho iniziato a leggiucchiarlo qui e là.  I protagonisti del libro sono “i nati fra il 1946 e il ‘50″…” I miei genitori!” ho pensato.

E infatti il libro è carino, scritto con uno stile simpatico e intelligente e non è la solita solfa nostalgica sul ‘68 e tutto quello è venuto durante e dopo.

A parte il fatto che i miei hanno vissuto in pieno quell’ epoca ma non si capisce bene cos’ abbiano visto in prima persona… (presi l’uno da responsabilità lavorative e personali  che probabilmente lasciavano poco spazio ai folleggiamenti e l’ altra…non so bene, in effetti, e me lo chiedo che facesse al tempo delle contestazioni, oltre ad andare a recuperare la sorella quattordicenne ai cortei) la domanda che mi è sorta spontanea e a cui oggi continuo a pensare (e a non trovare risposta) è…cosa ricorderemo, noi, della “nostra epoca”, nel senso della nostra gioventù o maturità, della vita di questi anni, delle “conquiste”, dei processi di crescita, di…non so. Qualcosa di “nostro” a cui tenevamo e per cui abbiamo lottato, per cui ci siamo uniti e abbiamo cambiato le cose che non andavano, o semplicemente qualcosa che siamo riusciti a raggiungere anche se a fatica…

Mi viene in mente solo un grande vuoto.

Ma non può essere…eppure solo questo riesco a vedere.

Sì che dovrei forse essere presa da pappette e pannolini e non pensare più a questi massimi sistemi…ma dato che la famiglia è una cosa ancora molto lontana (purtroppo per alcuni, tipo la sottoscritta) e continua invece la corsa per la sopravvivenza (traguardo: arrivare alla fine del mese riuscendo a pagare l’affitto, la benzina, i generi di prima necessità, le bollette…e poco altro) e, oltre a questo, la lotta estenuante (soprattutto mentale) per continuare a sperare di riuscire a fare, un giorno, un lavoro in cui possano essere messi a frutto gli anni trascorsi a studiare (e a fare mille lavori stancanti e anche un pò svilenti) ed essere magari un briciolo riconosciuti come individui dotati di competenze e capacità e cervello sul luogo di lavoro… ecco.

In verità, mentre faccio al “massimo delle mie capacità” il mio lavoro svilente…non posso che chiedermi che “segno” lascerà la mia generazione. E che ricordi avrò da raccontare.

E bando agli stereotipi, tipo quelli dei trentenni mammoni e viziati…che ci sono anche quelli che invece hanno fatto di tutto per lavorare al più presto e lasciare il nido, ma spesso, per ora,  non sono riusciti ad andare molto più in là di quello e anzi, magari, si sono trovati intrappolati in un vortice dove gli sforzi per mantenere la propria indipendenza risucchiano ormai quasi tutte le energie a disposizione. Altro che tirare un respirone profondo e vedere il da farsi con calma…

Tutto qui.

Ora il libro me lo porto a casa e stasera finisco di leggerlo. E spero di non rimpiangere di essere nata negli anni sbagliati.



5 Responses to “voglio una vita (non proprio) come la mia”  

  1. 1 Valeria

    che cosa ricorderemo?
    berlusconi. (e il concetto di democrazia anomala)
    Tremonti. (e il concetto di economia creativa)
    Bossi. (e il concetto della padania)
    La sinistra (e la sua morte, celebrata proprio in queste ultime lezione)
    La flessibilita’ (e il concetto dell’oggi lavori, domani chissa’)
    L’adolescenza (e il concetto della sua estensione, fino a 35 anni sei un ragazzino. A 35 anni i miei lavoravano da dieci!, avevano me da un po’ e una casa di proprieta’)

    E soprattutto ricorderemo L’incertezza (fondamento della nostra epoca)

    Posso sperare di perdere la memoria?

  2. 2 Valeria

    volevo dire elezioni e non lezioni.
    la faccia che fa l’occhiolino voleva essere una parentesi.

  3. 3 dancin' fool

    vale, io invece avevo messo un “non” di troppo nell’ ultima frase…
    non so. Qui non si tratta di non rimboccarsi le maniche…ma di correre come i criceti sulla ruota.
    Troverò la “mia” risposta. Ora proprio non so. O meglio, quello che so non mi piace e non vorrei ricordarlo…

  4. Ogni epoca ha le sue cose positive e negative.
    Gli anni 60 hanno portato un grande vento di novità ma erano anche anni di tensione politico-sociale che probabilmente hanno portato poi ai cosiddetti anni di piombo.
    Sai cosa è la cosa che mi fa’ più rabbia? Che non impariamo dagli sbagli fatti e continuiamo a ripeterli come se nulla fosse.
    —Alex


  1. 1 x « dancin’ fool

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