…il conto, per favore!!
A un certo punto ho dovuto ammettere con me stessa che non lavoravo nei ristoranti per mantenere una carriera artistica come la maggior parte dei miei colleghi. Io mi fingevo artista per giustificare il mio essere cameriera…
Questo libro si trova in questo periodo sugli scaffali delle librerie, e non sarà alta letteratura ma una volta lette queste prime righe non ho potuto fare a meno di comprarlo e ora si trova sul mio comodino “in lista d’attesa”.
Il prologo mi ha fatto sprofondare in un pozzo di ricordi.
Anch’io ho fatto la cameriera per diversi anni e l’aiuto cuoca per un anno circa. E… sì. Frequentavo un corso di laurea a indirizzo “artistico”… ma no, non desideravo fare l’ artista.
Strano, forse. Ma è sempre stato così.
Forse ho una venerazione per l’arte tale da… farmi sentire inadeguata. Sempre e comunque. E il mio unico atteggiamento possibile sembra esclusivamente quello di stare ad occhi sgranati davanti a un’opera d’arte (un quadro, un romanzo, una musica…) e, semmai, poterlo mostrare ad altri, fargli vedere, apprezzare gli occhi, le mani, la sensibilità che hanno potuto creare un tale capolavoro.
Quando vivevo nella vecchiacittà, frequentavo l’università e stavo coi genitoricastellani (no, non sono cresciuta in un castello vero e proprio, ma questa definizione rispecchia perfettamente i miei sentimenti al cospetto della reginamadre e padresovrano e poi sì, in effetti la loro casa è arroccata su un’altura da cui si vede un orizzonte… la pianura, le montagne e tanto verde. La prima volta che ci ho dormito mi sembrava proprio un castello) sempre mi sono data un gran da fare per lavorare, in ogni periodo dell’anno e a prescindere da tutto.
Le ragioni erano varie: l’ansia di indipendenza (non vedevo l’ora di andare via di casa e facendo la cameriera sono riuscita anche a pagarmi l’affitto per un po’, in un alloggio nel centrocittà dove ho conosciuto tre delle ragazze a cui mi sento più intimamente legata ancora oggi, dopo tanti anni), la curiosità (tanta) e anche il bisogno di stare fuori casa, oltre gli orari delle lezioni all’università, dato che io e il re e la regina non abbiamo mai avuto rapporti molto facili e sereni.
Però… l’autrice del libro è una ragazza newyorkese, e da quel che ho potuto vedere coi miei occhi e soprattutto letto e visto nei film… laggiù sembra davvero che fare i camerieri, i baristi, i fattorini sia una fase quasi normale della propria gioventù e crescita, in attesa della laurea, del lavoro per cui si è studiato ecc…
Qui nel belPaese (che bello non sembra tantissimo, di questi tempi), invece… sembra tutta un’altra storia.
Quando servivo ai tavoli o lavavo montagne di pentole in cucina, i ragazzi “come me”, iscritti cioè all’università, frequentanti, autonomi per quel che si poteva… erano pochissimi. E per lo più comparivano nei dehor e dietro ai banconi dei bar all’ aperto nei mesi estivi. Che in inverno, a quanto pare, si dedicavano esclusivamente agli studi e vivevano della paghetta dei genitori (non so, immagino).
Anch’io, in teoria, ero una da paghetta. I miei, e soprattutto il padresovrano, non sopportavano l’idea che stessi a spadellare o servire ai tavoli. E non mancavano di mostrarmi la loro disapprovazione.
Io invece ne ero molto orgogliosa, e non riuscivo a farne a meno.
Leggevo libri e mi chiedevo come fosse possibile che loro non apprezzassero i miei sforzi, la mia intraprendenza, la mia voglia di essere indipendente.
Non lo so, in effetti. O meglio. Ora immagino perché il padresovrano non apprezzasse. Lui arrivava da una famiglia povera, aveva dovuto sgobbare duramente per studiare e lavorare allo stesso tempo, era arrivato a furia di sforzi e rinunce al punto in cui si trovava, con una laurea e un lavoro che amava. Ed evidentemente non poteva concepire che una figlia, che avrebbe potuto studiare con tutta comodità senza sporcarsi le mani… ogni giorno si mettesse il grembiule, il papillon o la divisa e si facesse diventare le dita bollite nell’acqua sporca dei piatti di un ristorante.
Ma io ero orgogliosa di questo. E lo sono tuttora. E poi non riuscivo a stare al castello tutto il giorno, mi sentivo soffocare, mi sentivo suddivisa in mille pezzetti che non combaciavano (com’ è tuttora appena ci metto piede).
E così andavo in città. Partivo la mattina, andavo all’università e poi a lavorare. O viceversa (e ovvio, ci ho messo anche un po’ di più a laurearmi che se fossi stata tranquilla a casa a studiare tutto il giorno).
Qualche parente con un velo di sarcasmo cominciava a chiedermi se desiderassi aprire un ristorante, un giorno.
Ma ancora oggi alcuni dei ricordi più belli che ho sono proprio legati a quei lavori.
Sul mio libretto di lavoro (che oggi a quanto pare non serve più per essere assunti) compaiono pure un paio di quelle mansioni, da “addetta alla sala” e impiegata “amministrativa” (che mascherava il lavoro di animatrice coi bambini).
Il lavoro dipendeva dai posti. In alcuni sì, si veniva sfruttati e trattati come becera manovalanza (addirittura ci venivano tolte le mance e con queste praticamente si veniva pagati a fine serata!), in altri… era una vera professione. E potevano capitare i giorni in cui era pure divertente.
Il gestore del posto dove sono stata di più aveva lavorato per anni in una casa editrice. Appassionato di vino e cucina aveva tirato su questo piccolo posto in centro, sempre strapieno dall’ora di pranzo alla sera. E lì lavoravo con altri ragazzi e ragazze brasiliane, una svedese e cuochi italiani… mi ha insegnato tanto quel lavoro, dove sono stata anche in cucina per quasi un anno (a pulire verdura, lavare montagne di pentole, decorare piatti, preparare antipasti, correre in aiuto del cuoco isterico nei momenti di maggiore affollamento, preparare catering). Ascoltavo le storie delle ragazze straniere, mi facevo insegnare le poche parole che riuscivo a ricordare in svedese e brasiliano, chiacchieravo dei loro figli lontani – una, la mia preferita, a 32 anni era diventata nonna. E sembrava ancora una bambina.
E sì. C’è una filosofia in cucina, c’è senso artistico e tanta psicologia. Come nel servizio ai tavoli.
Ed è necessaria tanta passione, come in altri ambiti, ma forse particolarmente. Perché un ristorante è una macchina che se non funziona al meglio nelle sue varie parti… si piega su se stesso e mostra le sue crepe al primo cliente che si siede al tavolo. Che nella maggior parte dei casi sfodera tutte le sue idiosincrasie, allergie, manìe, vizi. E tu a cercare di capire (sopportare), fare del tuo meglio. Anche solo per non essere tartassata fino al termine della tua capacità di sopportazione.
La differenza con le esperienze descritte dall’ autrice del libro è che da noi i giovani, gli aspiranti artisti, i curiosi… non sembrano sporcarsi le mani coi lavori così giudicati umili (quando invece, secondo me, sono tra i più formativi, perlomeno nelle prime fasi della propria crescita personale, oltre che professionale, e soprattutto se uno ha intenzione, le possibilità e le capacità di studiare e ambire a ben alti lavori, giustamente più qualificati). Io lavoravo con cuochi di professione, camerieri di professione o immigrati. Non c’erano quasi altri studenti, altri giovani come me. Non che mi importasse, ma forse anche questo dà l’idea di quanto poco mobile e attivo sia questo Paese.
Si imparava l’organizzazione, la cooperazione, l’igiene, il contatto con le persone, l’attenzione, il riguardo, la previsione dei desideri (e rotture di scatole) altrui, e a fare fatica… e ci si divertiva e affezionava l’uno all’altro. A contatto giorno dopo giorno, sempre in piedi, in preda ai vapori bollenti, alle bruciature, alle richieste assurde, al caos, alla confusione, alla fretta. Alle serate tranquille dove si riusciva a bere una bicchiere in compagnia, dopo il lavoro. E a mangiare tutti insieme seduti al tavolo nella sala ormai mezza vuota. Lì ho conosciuto persone e “strati sociali” con cui non avrei avuto contatto in altro modo. E questo non è sempre stato facile. Vedere anche la povertà, i sacrifici, le vite così diverse da quelle mie e dei miei coetanei. Anch’io in un certo senso lavoravo come loro. Ma non ci ero costretta, e quasi mi sentivo in colpa per questo. Pensavo e speravo che poi avrei fatto altro. Loro non avevano possibilità di scelta. E questo forse mi ha anche creato un po’ di problemi a conciliare i miei già difficili rapporti coi miei (che mi sembravano così freddi e distanti dal “mondo” e mia madre così critica e “viziata e cieca”…) con quello che vedevo. E lo stesso con la maggior parte dei miei coetanei, che non facevano che andare da una parte all’altra, da un viaggio e una festa all’altra… e sembravano non conquistarsi nulla, con le proprie mani.
Ma questo però è un punto un po’ delicato. E io ho anche la sensazione, spesso, che forse avrei anche fatto meglio a non vedere, non provare, non sapere. E laurearmi e vivere nel mondo più “semplificato” di quei tizi… e ora forse avrei una famiglia, dei bambini, una casa, un altro tipo di lavoro, tutta un’altra situazione e sicurezza in me stessa. Ma lasciamo perdere.
Sono felice di averlo fatto per tanti anni.
E lo potrei anche rifare, se mi trovassi nelle condizioni (com’ è probabile nel prossimo periodo).
Potrei anche vederlo come una professione gratificante. Avere un locale dove si cucina, si accolgono le persone, si beve buon vino, si chiacchiera, ci si confronta. Si assumono dei ritmi comuni e complementari gli uni con gli altri. Anche se non è quello che desidero, tuttavia (e il pensiero di avere le festività libere dal lavoro e una vita privata ha il suo fascino).
Dai lavori più umili che ho fatto (e non solo nelle sale dei ristoranti, ma anche tra le vigne, sulle piste da sci, coi bambini, a teatro), ho imparato tantissime cose. E conosciuto tante persone che tuttora ricordo con calore.
Per questo faccio così fatica a concepire ed accettare certe logiche produttive (sfruttatrici, ignoranti, menefreghiste e attente solo al profitto e non alle capacità e qualità personali) con cui mi trovo a contatto ora.
E se avrò dei figli un giorno… di sicuro non sarò la madre perfetta, di sicuro farò tanti errori e verrò criticata… ma apprezzerò se avranno voglia di fare, andare, vivere.
(Credo che) sarò felice per loro e di lasciarli andare (anche se mi costerà fatica).
Questo a me è mancato molto. Diverse cose le ho fatte lo stesso, contro il volere dei miei genitori. Ma non è lo stesso poterle fare in libertà e magari con la coscienza e l’appoggio emotivo di persone su cui puoi contare e che ti apprezzano, piuttosto che di nascosto o con la stretta allo stomaco, insicurezza e timore… che avevo io. E che ho tuttora, davanti ai mieigenitorisovrani. Sensazione che non passa. E non credo passerà mai.
Quando avrò 70 anni di sicuro ancora mi preoccuperò del giudizio e delle frasi taglienti della reginamadre over 90, mentre la aiuterò ad andare a dormire come una bambina.
Ridiamoci sopra.
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Beh, ci sarà un motivo perchè in tutto il mondo gl’italiani vengono considerati “mammoni” in tutto il mondo.
E’ pur vero che la difficoltà a trovare lavoro e la precarietà spingono “noi” giovani a stare con i genitori il più a lungo possibile ma è altrettanto vero che ben pochi hanno voglia di mettersi in discussione e trovarsi un lavoretto anche umile per auto-sostenersi durante gli studi. Qui tutti vogliono subito il lavoro da megamanager, la macchinona…altro che fare il cameriere, è roba da pezzenti, no? ;-)
tristezza
—Alex
Sono evocativi questi post. Mi fanno sempre pensare a quanto storie completamente diverse, se prese da una prospettiva un po’ astratta, sembrano avere tantissimo in comune.
Comunque, la mia impressione e’ che se avessi lavorato in un ristorante, avrei un mucchio di idee su come strutturare il-ristorante-ideale… e sarei ossessionato dal desiderio di realizzare queste idee…
adblues, mi sa che è tutto il “sistema” che non funziona benissimo… la mammonite fa la sua parte, ma anche il resto…
dici che sono a rischio sindrome marylin? aiuto. lei non mi pare proprio una simpaticona… sulle ansia generalizzate ci siamo. spero di non esternarle in quel modo, ancora.
fabrizio, curioso. hai ragione… io rimango dell’ idea che nella vita ideale si dovrebbe provare un po’ di tutto, per avere la giusta prospettiva sulle cose… (anche se naturalmente è impossibile)
grazie! e’ pura poesia… non voglio dire tutta la mia storia,ma e’ in qualche modo legata.
secondogenito di una famiglia della ex middleclass italiana, mio padre mi vietava di andare a lavorare mentre studiavo perche’ (anche giustamente) dovevo concentrarmi sullo studio. Ma io, persona un po’ ansiosa, avevo bisogno di esprimermi anche con le mani e soprattutto non c’era una paghetta a casa mia (i soldi per uscire con gli amici li facevo aiutando in casa, facendo le manutenzioni della casa, soprattutto in estate). Ed intanto morivo dentro e gli studi, pur procedendo non rendevano. poi un giorno mio padre e’ morto sono riuscito con i suoi soldi a laurearmi (in food science). A 26 anni il primo lavoro (dopo 2 mesi in giro per l’europa con la chitarra): facchino per una cooperativa (pensavo a mio padre che si rigirava nella tomba). Faticosissimo ma ero felice, anche se mi sentivo sfruttato. Di fare un lavoro serio, non ne avevo voglia. cosi’ ho aperto una ditta e ho iniziato a fare mercatini vendendo prodotti alimentari…(omissis).. domani, dopo 6 mesi che sto a toronto in ferie, torno a casa, felice. il viaggio lo avrei dovuto fare a 20 e non a 30, ma almeno l’ho fatto. molti ragazzi italiani non fanno mai nulla e ci saranno ancora colleghi di universita’ che mi prenderanno in giro quando mi incontrano a sfacchinare sotto il sole o la pioggia, ma io dentro sono ancora giovane e loro invece sono oramai diventati vecchi (schiavi delle loro macchinine, dei loro cellulari e della paghetta della nonna). i giovani in italia finche’ non si uniranno, per obiettivi ed intenti, vivranno male…
ciao ethically, felice che questo posto sia servito anche a raccontare la tua, di storia… sì, anch’io credo farò a 30 cose che non ho fatto per vari motivi a 20…speriamo in bene!!