Sera, ore x.
In teoria avrei di meglio da fare, o meglio dovrei, ma questa proprio ve la volevo raccontare.
Perché la cosa strana, invece di essere triste, preoccupata o che… è che mi viene una tremenda voglia di ridere. Forse un pochino da isterica, ok, ma davvero sono allegra. Forse perché ormai non so più che altro pensare se non trovarlo molto divertente.
Sinceramente non mi sono scelta la vita che ho e alcuni particolari di essa sono quanto di più lontano avrei mai immaginato per me.
Alla mia età mi vedevo con quattro figli, due cani, un cavallo, un giardino, due lavori, un Paese straniero, una carriera folgorante e sì, un innamorato (che poi tutto questo potesse essere davvero strizzato in un’unica vita… vabè).
Ma ad ogni modo alcune cose che immaginavo e sognavo le sto raggiungendo ora o le ho raggiunte piuttosto di recente, altre… paiono sempre più lontane ma soprattutto sempre più incomprensibili e fuori controllo.
Ma l’ho presa alla larghissima.
Quello che mi scappa la voglia irrefrenabile di raccontarvi è la mia esuberante esperienza di viaggiatrice girovaga da ospedale a sala d’aspetto che mi accompagna da quattro mesi a questa parte. Ma vi risparmio i dettagli perché non sono interessanti e soprattutto non credo sia il luogo e il modo di parlarne, questo, però…
La causa della mia ilarità irrefrenabile e silenziosa è l’ennesima visita di oggi, iniziata seduta su una sediolina di plastica dietro la porta chiusa di una dottoressa per sole donne e in ascolto involontario di quel che succedeva all’interno (perché anche gli studi medici, purtroppo, hanno le pareti di cartapesta, come la mia casina).
All’interno si svolgeva il “dramma” di cui tanto si legge (pure nella blogsfera, ahimé) ma che capita meno spesso di sentire dalla voce dei diretti interessati e con tanta dovizia di particolari. Storie di donne ancora giovani ma non più giovanissime, in cerca di figli che non arrivano, alle prese con calcoli, periodi, analisi, ecografie di monitoraggio che praticamente si auto-prescrivono con un’ansia da farti secco per tenere d’occhio l’ovulo, se c’è e dove si nasconde (e nel caso correre a casa di corsa “perché è IL momento”), nervosismi, convinzioni assolutiste, mancanza di fiducia nel medico che propone di “stare un po’ più tranquilli e provare questo metodo che cmq impedisce di avere figli per qualche mese ma prepara ad avere più possibilità tra qualche tempo”, ecc… ecc…
E la donna non era sola, ma accompagnata da voci che credevo del marito e della madre/suocera…. ma poi ho scoperto che erano solo sue e della madre (che aveva quindi una voce davvero inquietante).
Dopo venti minuti buoni di questo ascolto involontario… è arrivato il mio turno.
Sono entrata da sola ma non ci ho neppure fatto caso; quello a cui continuo a non essere abituata è doverlo “giustificare” quasi, quando di nuovo mi dicono che sarebbe ora che, che non dovrei aspettare per, che… quasi fosse una roba da pazzi, la mia vita (mentre da mezzo metro di distanza mi fissavano le foto dei figli adolescenti della dottoressa).
Oggi mi hanno parlato di numeri: numeri e ancora numeri.
Tot mesi per, poi tot mesi per, intanto “Magari troverà un fidanzato, no? E deciderà in fretta di avere un figlio, no? Non è che può stare ancora molto a guardare le margherite! Quando lo troverà può fare domanda per, e aspettare tot mesi che, e nel frattempo la cosa sarà proseguita e speriamo che. MA (perché c’è sempre un ma). Ma se dovesse avere altri sintomi… allora no, torniamo indietro e operiamo subito. Però poi se si ripresenta il problema tra qualche anno e lei non ha ancora avuto un figlio e lo vuole proprio allora? (io intanto facevo due conti sulle dita della mano, e tra qualche anno…. beh, con tutto quello che mi aveva già prospettato c’era ancora “qualche anno”??). Eh, che bel problema. Mmmm.”
Insomma. Sono uscita di lì che mi veniva da ridere, sul serio (nonostante il mal di pancia che non mi lascia da quattro mesi). Sono salita in macchina, ho messo Saadiq a tutto volume e non faceva che venirmi in mente la scena del mio prossimo (quando e se ci sarà) primo appuntamento: non sarò più una persona, sarò una carta d’identità, un calendario, un orologio a cucù.
Gli dirò: “Ehi bello, non perderti a guardare la luce dei miei occhi (e la rughina che fa capolino sopra). Passiamo al sodo. Tra un paio di mesi compio 33 anni, bel colpo. Gli anni di Gesù quando è finito sulla croce, gli anni insomma di una persona che ormai non ha più nulla da perdere (o quasi). Hai tempo una settimana per dichiararmi il tuo amore eterno, un mese per dormire con me ogni notte e avere rapporti due o tre volte a settimana… anzi no. Scusa, mi sono confusa. Questo non ancora. Prima, tempo quel mesetto, dobbiamo decidere di avere un bambino. Allora io corro in ospedale e prenoto la mia operazione. La faccio. Aspettiamo un annetto (forse qualcosa in meno, dipende – aspetta che faccio due conti e telefono alla mia dottoressa di fiducia) e nel frattempo ok, possiamo divertirci ma non fare nessun bambino (capito bene? Non ti sbagliare, questo è importante). Però intanto ci siamo portati avanti e lo abbiamo deciso, no? Firmato e sottoscritto (ed è vietato cambiare idea: verbotten). In quell’annetto facciamo sesso a tutte le ore e tu non perdi un briciolo di attrazione per me perché deve (o “devi”?) servirmi dopo 12 mesi… intatta/o.
Quindi ci mettiamo all’opera. Io naturalmente sono la donna della tua vita e tu l’hai capito al primo incontro e mi raccomando non te lo dimenticare proprio ora che sei pronto, orologio al polso, ad applicarti al massimo dell’impegno e a scordarti gli allenamenti di basket quattro volte a settimana, che poi torni a casa stanco morto, hai voglia solo di buttarti sul divano e qui i mesi passano, che credi. Tutto chiaro? Sì, perché non è che poi basta deciderlo, eh, poi bisogna impegnarsi e sperare anche in qualche spiritello bendisposto.
Ora: io non riesco a non pensare perché si perda tanto tempo a chiedersi perché mai le donne diventino delle pazze furiose, a un certo punto (alcune molto presto, diciamo pure dall’adolescenza, forse si portano avanti), con cui solo i deboli di spirito abbiano voglia di avere a che fare dopo una certa età e, soprattutto, perché gli uomini credano di avere il seme della felicità in pugno, senza il quale le donne perdono completamente il lume della ragione.
Io non mi sento più una persona. Mi sento un calendario e una bomba a orologeria. Ma la cosa peggiore è che… mi pare che la bomba lampeggi a rendermi fluorescente a lavoro, ad esempio (dove tutti scommettono su chi sarà la prossima “a cadere” incinta e mi fanno battute appena prendo un’ora di permesso come oggi), in famiglia (blablabla) e soprattutto con gli uomini.
Mi sento un pericolo per quelli più giovani e le loro madri (avete presente? Già mi par di sentire “Aiuto, una di quell’età ha i minuti contati e ti incastra in un nanosecondo netto…” e come dargli torto a questo punto… sapessero le scadenze di cui mi hanno infarcita la testa oggi), quelli più vecchi (che guardano le più giovani, “Tanto vale prendersi ancora qualche margine, no? Se non mi sono sistemato fino ad ora ci sarà un motivo…”) i coetanei (con compagne e figli che non fanno che dirmi “Ma cosa aspetti?”).
Già: cosa aspetto? A quanto pare dovrei dare una risposta sensata, alle dottoresse così come ai colleghi.
Non lo so cosa aspetto. Chi, soprattutto. Dovrei correre dietro a un treno su cui avrei dovuto salire anch’io se non mi fossi distratta? Mah.
Però mi piacerebbe sentirmi un po’ più leggera…. e che questa bomba a orologeria se la tenessero un po’ in braccio loro senza buttarmela sempre tra le mani.
(che poi io mi chiedo: ma per loro è stato così facile trovare la persona giusta al momento giusto e fare le cose giuste e mettere le foto giuste dei figli giusti sulla scrivania? Boh.
Che poi quando sento KatiaRicciarelli, anni XXX (ma non certo un fior di fanciulla) che dice di star aspettando l’”uomo giusto”… aiuto. Mi viene male. Io diventerò una campionessa di canasta, piuttosto, vi avverto. Tenetevi pronti!)
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